Durante una visita a Trieste ho deciso di entrare alla Risiera di San Sabba, senza una ricorrenza particolare, quasi per curiosità e senso di responsabilità verso un luogo di cui avevo sentito molto parlare. Non immaginavo quanto quell’esperienza mi avrebbe colpito. Ho scelto di pubblicare questo articolo nel Giorno della Memoria perché raccontare ciò che ho visto e ascoltato alla Risiera è un modo per trasformare una visita personale in un atto di memoria condivisa, e per ricordare che questi luoghi non appartengono solo alla storia, ma anche al nostro presente.
La storia del luogo, ristrutturazione e il memoriale
La Risiera di San Sabba nasce come stabilimento industriale per la lavorazione del riso, un complesso produttivo alla periferia di Trieste. Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista della città e del Litorale Adriatico, l’edificio viene trasformato in un luogo di repressione e morte.
Diventa un campo di detenzione e smistamento per la deportazione verso i lager nazisti, ma anche un luogo di tortura ed esecuzione per partigiani, ebrei, oppositori politici e civili. Qui viene costruito un forno crematorio, l’unico in Italia, per eliminare i corpi delle vittime.
Nel 1945, in ritirata, i nazisti distruggono il forno e parte delle strutture nel tentativo di cancellare le prove. Ma la storia della Risiera non può essere cancellata: resta impressa negli spazi e nelle testimonianze.
Negli anni Sessanta la Risiera viene riconosciuta come Monumento Nazionale e trasformata in museo e memoriale, grazie al progetto dell’architetto Romano Boico. L’intervento architettonico non cerca di abbellire il luogo, ma di preservarne la crudezza.
Il grande muro che segna il punto dove sorgeva il forno crematorio, il cortile spoglio, le celle, i corridoi nudi: tutto contribuisce a creare un’architettura della memoria, che non consola ma mette a disagio. È uno spazio che obbliga a ricordare.
I racconti e l’esperienza della visita
La parte che mi ha colpito di più non sono state solo le strutture, ma i racconti proiettati all’interno del museo. Le testimonianze ricostruiscono con lucidità e durezza ciò che accadeva in quel luogo: le uccisioni, le torture, il tentativo sistematico di annientare le persone e cancellarne l’umanità.
Alcune testimonianze parlano dei metodi utilizzati per uccidere i prigionieri, anche attraverso l’asfissia con i gas di un mezzo chiuso, e raccontano che durante le torture e le esecuzioni veniva diffusa musica patriottica a volume altissimo, per coprire le grida. È un dettaglio che mi ha colpito profondamente: la musica, simbolo di identità e orgoglio nazionale, usata per nascondere il rumore del dolore e della morte.
Ascoltare queste storie, dentro quegli spazi, rende impossibile restare distaccati. Le celle, il cortile, i muri diventano più che luoghi: diventano testimoni.
Perché ricordare oggi
Pubblicare questo articolo nel Giorno della Memoria significa riconoscere che la memoria non è solo una data sul calendario, ma un lavoro continuo di ascolto e consapevolezza. La Risiera di San Sabba mostra come la violenza non sia stata un evento astratto, ma qualcosa di organizzato, quotidiano, sistematico. Ricordare significa interrogarsi su come sia stato possibile e su come evitare che accada di nuovo.
Visitare la Risiera mi ha fatto capire che la memoria non è solo un dovere verso il passato, ma una responsabilità verso il presente. Non basta commemorare: bisogna ascoltare, capire, e prendere posizione. La Risiera non è un luogo che offre risposte facili: è un luogo che pone domande, ed è forse questo il suo valore più grande.
La visita al memoriale è gratuita, e questo la rende ancora più accessibile e necessaria. Consiglio però di acquistare l’audioguida: è realizzata molto bene e aiuta a comprendere la struttura del campo e ciò che accadeva al suo interno, dando voce alle testimonianze e rendendo l’esperienza più profonda e consapevole.
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